Qui su Fumettologica il mio omaggio al fumettista che più di tutti ha influenzato il mio lavoro: il sommo Jack Davis che se ne è andato qualche giorno fa, il 27 luglio 2016.
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Oggi mi sono svegliato con
la brutta notizia della scomparsa di Jack Davis, il mio autore preferito di sempre. Aveva 91 anni ed era una leggenda.
Da Davis ho rubato tutto: gli sguardi allucinati dei personaggi, gli
scenari metropolitani desolati, le ombre che si allungano sui muri di
mattoni e sulle facce inquietate, persino i trattini di terriccio sporco
che trovo tuttora l’ambientazione ideale per quasi tutte le mie storie.

Ho avuto la fortuna di scoprire il suo lavoro da giovanissimo e per caso, comprando in edicola una copia de
I Classici del Terrore,
una versione italiana degli EC Comics con alcune delle storie tradotte e
curate da
Ferruccio Alessandri. Avevo 8 anni e quelle storie da allora
me le sarò rilette migliaia di volte: non erano semplici racconti di
paura, c’era tutto un mondo dietro quei disegni che me li faceva
guardare e riguardare mille volte. Mi inquietavano ma mi attraevano. Un
rapporto perfetto.
Di Jack Davis ho amato sempre il suo modo geniale di mischiare il
macabro al satirico. Lo faceva in un modo tutto suo, senza togliere
nulla a nessuna delle due parti. Spesso un autore quando deve affrontare
la parodia di una storia horror ricorre a vecchi trucchi del mestiere,
sempre efficaci, come accentuare le componenti umoristiche. Ma Davis non
risparmiava nulla al macabro: disegnava uno zombie spettacolare, con
tutte le carni putrefatte al posto giusto, e poi alla fine ci aggiungeva
un papillon o un piccolo dettaglio decontestualizzante che
sdrammatizzava tutto. Non è un caso che lo usassero quasi sempre per i
siparietti comici a inizio e fine storia: in
Tales from the Crypt e poi con
Uncle Creepy.
Da piccolo ho passato tantissime ore a riguardarmi quelle
microscopiche vignette. Dietro a una tavola di Jack Davis puoi trovare
un immaginario vastissimo: l’ironia di Edgar Alla Poe, i poveracci
disperati alla Steinbeck, i B Movies, Bela Lugosi e Boris Karloff, la
paranoia delle invasioni aliene. Lui shakerava tutto e te lo restituiva
così, con un immaginario tutto suo.
Nel gruppo EC si definiva il più campagnolo di tutti: i suoi mostri
non erano così elaborati come quelli di
Wolverton, non era inquietante
come
Ghastly e le sue gag visive non erano così strabordanti e
jacovittiane come quelle di
Bill Elder o imprevedibili come
Kurtzman. Ma
se ti serviva una storia sulla Grande Depressione, sul tormento
psicologico dei soldati in trincea, o sull’angoscia di due vecchi
compari che seppelliscono per scherzo un amico e poi lo trovano morto
davvero…beh, Jack Davis era proprio l’uomo giusto!
C’è una vignetta in particolare di Davis, che posto qui, che mi ha
influenzato più di tutte le altre. Era l’apertura di una storia stupenda
su un taxista ossessionato dai vampiri. Tutte quelle storie iniziavano e
finivano con battutacce di humour nero, ma la cosa bellissima era
osservare tutti i particolari di quelle scene: come era arredata la
cripta di Zio Tibia, ad esempio, e quanti mostriciattoli erano venuti a
trovarlo, e quali erano le sue letture preferite o come era costruito il
suo scarno arredamento. L’orrenda ospite di questa vignetta, assieme ad
altre influenze mischiate tra loro (i poveracci di
Magnus & Bunker
su tutti) sarebbe diventata una delle influenze per la creazione del
personaggio di Puck.
Per dirvi quanto è stato importante per me, il vecchio Jack.
Creepy
numero 1, sempre di Jack Davis. Questo è un altro capolavoro, una delle
più belle copertine che siano mai state fatte e non c’è bisogno che sia
io a dirlo. È ancora attualissima, potrebbe essere la copertina
perfetta di un disco punk. La scoprii sempre da piccolissimo, rubandola
dall’enciclopedia dei fumetti di mio fratello. Credo di conoscere a
memoria quasi tutti i personaggi di questa scena.
Tanti anni fa, nel 2004, chiesi a un altro grandissimo autore (quello che me lo ricordava di più) di omaggiare Jack Davis e
Creepy nella copertina dello speciale horror
Creepartist. L’artista era
Carlo Peroni, il sommo
Perogatt.
Chiudo con questo ricordo il mio doveroso omaggio a uno dei più
grandi artisti del fumetto mondiale. Nel 2010-2011 preso da un delirio
di onnipotenza necessario cercai disperatamente di coinvolgere Jack
Davis in
Puck Comic Party. Sapevo che era impossibile ma ci
provai lo stesso. Chiesi la sua email a
Tom Bunk e poi al suo amico di
sempre
Al Jaffee (entrambi erano già stati coinvolti nel progetto) ma
niente da fare. Mi diedero una email ma mi tornava sempre indietro,
neanche loro lo sentivano così spesso.
Non so come ma trovai anche un numero di telefono (forse me lo diede
proprio Jaffee) e allora una sera andai in uno di quei posti gestiti da
indiani dove si fanno telefonate all’estero, con la mia ragazza
dell’epoca che parlava benissimo inglese a differenza mia…ma anche in
questo caso un buco nell’acqua. Al telefono non rispondeva nessuno.

Alla fine sentii Chery Leavy di
Bulldawg Illustrated,
perché a quel tempo Davis si era praticamente ritirato e disegnava solo
per il football americano della Georgia. Fu Cheri a mettermi
direttamente in contatto con lui, che non appena vide la rivista rispose
prontamente:
“Dear PUCK, THANK YOU FOR YOUR INTEREST IN ME. I’m a 86
year old conservative old man, your mag seems pretty wild for me. thanks
anyway!!! Jack Davis!”
Che cosa potevo fare? Alla fine provai, senza neanche più crederci
troppo, a chiedergli una versione del mio personaggio Puck da pubblicare
sul prossimo numero
Apuckalypse. Bisogna sempre avere un piano
B. E cosa incredibile mi rispose all’istante.
“Ivan, please send your
address. Jack Davis”. E dopo pochi giorni mi arrivò questo splendido
disegno direttamente dalla Georgia, superando ogni barriera spazio
temporale immaginabile.
Perché se il segno non fosse così inconfondibile avrei davvero
grandissime difficoltà a credere che una star americana del fumetto anni
’50-’60 (uno che influenzò gli autori storici di underground comix
quando erano ancora ragazzini, per dire) abbia anche solo pensato di
spedirmi un disegno originale diretto a Rozzano nel 2011.
È una delle cose più preziose che ho, se e mai un giorno dovessi
avere una redazione seria lo incornicerò nella stanza più importante,
quella delle idee. Come dire? È come se una rock band emergente avesse
un assolo inedito di Chuck Berry nel nuovo album. Stupendo e
paranormale. Buon viaggio nella nuova dimensione, Jack Davis! E grazie
per tutto quanto.